ERIC BARET (aforismi)

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eric bar

1° PARTE – (BREVI RIFLESSIONI)

Lasciate bianco il vostro biglietto da visita.

Non aspetto più domani, mi do all’istante. Non ci sarà mai un domani.

L’espiro è un sacrificio, tutto quello che avete ricevuto lo restituite, morite ad ogni espirazione.

La grazia non bussa che in momenti di non sapere. Non arriva mai in un momento di aspettativa, di attesa, in un dinamismo.

Chiunque avanza verso la grazia non incontra che le sue limitazioni.

D: Può farci la differenza fra il silenzio e il mutismo?

R: Il mutismo è l’assenza di parola. Il silenzio non è legato alla parola o alla sua assenza. Non è legato all’assenza di suono.

Il silenzio è lo “sfondo” costante, senza legame con la presenza o l’assenza di percezione”.

“È sempre una immagine quella che aggredisce.

Il ricco è aggredito dall’immagine della povertà.

Il povero è aggredito dall’immagine della ricchezza”.

C’è uno yoga per stare bene: non è qui.

C’è uno yoga per diventare più forti: non è qui.

C’è uno yoga per imparare a morire: è qui!

Non è detto che fisicamente, psicologicamente, certe situazioni non siano più facili di altre. Ma, anche nelle situazioni che ci sono meno familiari, si può trovare una profonda simpatia, una profonda risonanza.

È l’essenza della via tantrica. Tutto quello che si presenta è mio; non in senso personale o psicologico, ma profondamente. Tutto quello che si presenta è la mia risonanza. Non c’è nulla che mi sia estraneo. E’ questo il tantrismo.

Intimo, uguale a senza commenti.

Non abbiamo niente fra le nostre mani, questo è da capire.

Abdicare al dinamismo di voler comprendere.

Abdicare alla speranza di comprendere.

Siate disponibili alla comprensione ma non cercate di comprendere.

D: Nella tradizione shivaita del Kashmir, si parla di dualità e non dualità. Può spiegarci?

R: La dualità è la non-dualità, non è un concetto. La non-dualità è ciò che si trova dietro l’esistenza. Dunque, il problema della dualità non si pone.

La mia unica libertà è vivere il mio condizionamento affettuosamente.

La prima aggressione è la difesa, il no a quello che succede. Ciò che è veramente offensivo è la mia resistenza, solo chi lascia vivere l’aggressione può lasciarla morire, solo chi lascia vivere il passato può lasciarlo morire.

 C’è pratica ma non c’è nessuno che pratica.

Non bisogna prendersi per un praticante, è un altro immaginario.

C’è azione ma non c’è mai attore.

Quando digerite non c’è nessuno che digerisce.

Quando cicatrizzate non c’è nessuno che cicatrizza

Quando pensate non c’è nessuno che pensa.

….c’è pensiero ma non c’è chi pensa.

È vedere questo la vera pratica.

“Volere cambiare la propria vita è una mancanza di maturità”.

Trattate i vostri figli come se provenissero da un orfanotrofio.

Dimenticate il legame filiale perché esiste solamente un legame di rispetto.

Ciò di cui avete paura è esattamente ciò di cui avete bisogno per trovare la vostra bellezza.

La vita è troppo ricca, troppo bella per lasciare il posto a una riuscita o un fallimento. Non ha senso!

Non è una persona che si incontra ma si incontra la propria assenza.

“Lo Yoga non è una attività del corpo: le assomiglia, ma è un’altra cosa. Per questo le nozioni di stiramenti, di contrapposizioni, di fisiologia sono estranee allo Yoga: esse riguardano la ginnastica, il corpo è immaginario.

Il silenzio non si stira.

Il corpo è un’emozione non localizzabile nè pensabile”.

“Lo scopo dello yoga è farvi capire sperimentalmente che il corpo è in voi, voi non siete nel corpo.

La sensazione è in voi, voi non siete nella sensazione.

All’inizio è un’idea filosofica, poi diventa la vostra esperienza diretta.

Essere senza richiesta, ecco lo yoga”

D: Che cos’è il sentire?

R: È un simbolo, come la parola percepire, è un simbolo che mettiamo sull’impensabile.

L’emozione non ci impedisce di essere tranquilli.
Al contrario, ci porta alla tranquillità.
La tensione del corpo permette la presa di coscienza della vera distensione.
In questa distensione, la tensione appare e ci rivela la distensione.
L’emozione ci permette di constatare ciò che è libero in noi.

“Lo scopo dello yoga è farvi capire sperimentalmente che il corpo è in voi, voi non siete nel corpo.

La sensazione è in voi, voi non siete nella sensazione.

All’inizio è un’idea filosofica, poi diventa la vostra esperienza diretta.

Essere senza richiesta, ecco lo yoga”

Cercare di diventare felici è una mancanza di maturità, di rispetto verso la gioia. Chiedere è un insulto. Potete giusto essere aperti a quel che vi viene dato.

Non si può chiedere la grazia. Quando non chiedete più, c’è umiltà. Questa umiltà è l’inizio della grazia.

Quello che cercate è dietro di voi, non davanti.

 Lo yoga è un’arte che non apporta niente.

Concretizza la nostra intuizione profonda che la bellezza della vita è in ogni istante. L’importante è di trovare in noi questa disponibilità di far fronte a ciò che accade quotidianamente.

Quando appare la parola: “io meditò” è una fantasia. Voi non meditate mai, siete semplicemente aperti a ciò che è nell’istante presente, alla sensazione corporea. Non c’è niente da pensare. Siete condotto a questa risonanza, a questa apertura. Sentirete il sole levarsi nella vostra apertura e rischiarare la vostra vita.

2° PARTE – (LUNGHE RIFLESSIONI)

Quando c’è ansia, è questo l’oggetto di meditazione. Quando c’è gelosia è questa l’Istha Devata (guida interiore). Non avete bisogno d’andare in India, questo è sempre con voi. E’ gratuito, non vi porta niente: non diventate liberi, non diventate saggi, non diventate niente. C’è unicamente tranquillità. Non è la vostra, non è nella vostra tasca. Giocare è nell’istante. Domani, la paura viene di nuovo: voi dite grazie, perché non è altro da voi stessi. Questa paura è di nuovo il vostro ascolto, la vostra verità, d’istante in istante. Non si può essere liberi per sempre, perché non c’è che l’istante. Ed è un gioco senza partecipante. Non c’è che il gioco, nessuno gioca. …

D: Quando si fa meditazione senza meta nè profitto, il fatto di fare della meditazione senza perseguire una meta, non è questa una meta in se stessa?

R: No.

Il fatto di sedervi la mattina, è un’emozione che viene dal sonno profondo. È il vostro strato di sonno profondo che vi porta naturalmente a sedervi in silenzio la mattina. Questo è completamente naturale. Non è concentrazione, non si tratta di eliminare certi oggetti a vantaggio di uno solo. La meditazione è un presentimento profondo dell’autonomia. Non è una attività nella quale entriamo per uscirne. La mattina, coscientemente, rendete il vostro corpo e la vostra psiche disponibili a questo presentimento che conserverà il suo sapore in tutte le attività della giornata. (…)

Strano pensare di aver bisogno di qualunque cosa, di dover riuscire in qualcosa. La riuscita è in ogni istante, la perdita in ogni istante. Cosa c’è da riuscire? È una fantasia. Un bambino lo sa. Non deve riuscire: gioca, è felice. Non si deve lavorare nella vita, si deve giocare. Il gioco è rendersi conto che la riuscita e la perdita non sono l’essenziale. Non c’è riuscita, non c’è perdita, non c’è che l’essenziale. Non si rischia niente, possiamo rischiare.

Ma occorre una forma di maturità per giocare. […]

Cosa possiamo perdere? Posso perdere tutto, ma cosa mi manca? Mi può mancare qualcosa. E io non ho bisogno di qualcosa. Ciò di cui ho bisogno è ciò che sento ad ogni istante.

Non vi viene detto dove dirigervi, ma piuttosto come lasciare che la percezione si esprima totalmente. […]

Voler mettere l’accento sulle tensioni fa parte di quello che in India si chiama “la via progressiva”, vale a dire la purificazione. […] In una via diretta si può momentaneamente mettere l’accento su certi nodi, su certi antagonismi. Mettere l’accento vuol dire rendere chiari questi nodi da punto di vista del nostro ascolto, della tranquillità. Voler sistematicamente purificare il proprio corpo e il proprio mentale è unicamente una violenza. È proiezione. Si vive nel futuro. […] Non c’è nulla da attendere. Ciò che si è, è sempre stato presente. Non c’è nulla da trovare. […] Voler sistematicamente lottare contro una tensione rinvia la questione. È un circolo vizioso. Passate tutta la vita a cercare di distendervi.

Bisogna imparare ad ascoltare il corpo senza saperne nulla… Ascoltare l’istante… Non c’è nulla da cambiare. Si vede solo quello che succede. Non c’è niente da escludere. Volere escludere è violenza. Volersi concentrare è violenza. Lasciare la sensazione corporale completamente libera e rimanere aperti. Non si tratta quindi di “arrivare a fare”, ma rendersi ben conto di tutte le limitazioni, dei blocchi, della mancanza di sensibilità che ci abita e maschera la nostra reale corporalità.

Più la percezione è “una tensione a portare a sé”, personale, più ciò che si sente sarà ingombrato da strati dove l’opacità e la densità manifestano tensioni e reazioni. Rimanere in una posizione con delle tensioni consolida la memoria di tensioni nel cervello. Si rischia di ripetere ogni volta le stesse tensioni e di trovarsi la mattina con il corpo pesante, solido. Tante volte prima di iniziare un movimento certe zone del corpo si fissano in anticipo. Bisogna ascoltare. Una tensione è un elemento che si è separato dal tutto. Quando essa si reintegra nella totalità si libera il flusso naturale dell’energia.

La vacuità non è sentire il corpo vacante, ma constatare quanto è teso. Realizzare come si è reattivi, questa è la vacuità che ci interessa. È una vacuità attiva. In questa sensazione di attenzione, senza la minima determinazione a sopprimere la tensione, qualcosa si svuota poco a poco. Quando si abitua il cervello a non fabbricare più tensioni, dopo qualche tempo si verifica una specie di cancellazione in certe sue parti e le tensioni si rivelano inutili. […] Sentite questa intimità […]. Vedete quando, nei movimenti, si crea il corpo di densità. […] Vi accorgete che arrivate a una disponibilità vuota di sapere. Attenzione a […] desiderare di acquisire qualcosa, o tentare di andare ogni volta un po’ oltre […]. È facile creare uno schema, […] un immaginario… Allora, nuovamente vi allontanate; state ancora aspettando qualcosa… […] Proiettare la sicurezza su fantasie spirituali può essere senza fine. Ci si può considerare uno specialista, un maestro, condannati a questa erranza intellettuale. Qui [invece] si resta in un non sapere.

« Se vi e’ troppo sforzo

psicologico, questa pratica non fa per voi.

Se restare in questo spazio di ascolto vi provoca una reazione troppo intensa-e questo vi è insopportabile-

ci sono pratiche più dolci, più adatte a voi.

Il tantrismo porta in se qualcosa di violento.

I passaggi sono violenti.

Se questa via vi riguarda e sentite una risonanza, non vi sarà sforzo.

Noi qui siamo appassionati della tensione.

Scoprire una tensione nuova nel corpo, ci appassiona molto.

Che il corpo riveli una tensione ci permette di rivelare anche la vera tranquillità: se c’è tensione significa che non posso fare finta di essere tranquillo.

Ecco la vera tranquillità.

Una tranquillità non fabbricata.

Ma sentita fin nella più remota tensione del corpo. »

Quando mi rendo conto, ad ogni istante, della ricchezza della vita, non ho più bisogno di fare delle fotografie. La gioia è nell’istante. L’istante dopo, la situazione è finita, morta, non esiste più. La gioia è sempre là, è la sola maniera creativa di vivere. Non c’è niente davanti a me né dietro. Non ho bisogno d’inventarmi una vita, è la paura che crea la carta da visita. La vera carta è la situazione dell’istante. Le caratteristiche compaiono e spariscono senza lasciare tracce psicologiche. Se comprendete questo profondamente, gli psicologi vanno in pensione e le nozioni di sforzo, di lasciar andare e di sviluppo personale ritornano al museo della paura. Respirate un po’; non abbiate paura della vita. Nel vostro ascolto tutto si compie, niente da trattenere né da lasciare.

“Nella tradizione tantrica del kashmir il corpo è ciò che è percepito.. Quello che noi chiamiamo qui organi o gruppo di organi è, dal punto di vista dell’India, considerata una massa vibratoria. Dal punto di vista della fenomenologia, il corpo appare come sonorità, vibrazioni, insieme di suoni a volte armoniosi a volte disarmonici.

L’ascolto corporale in questa tradizione si avvicina all’arte di scoprirne l’armonia fondamentale,  a cancellare le dissonanze e a ritrovare i ritmi originali.

Bisogna imparare ad ascoltare il corpo senza saperne nulla…  Ascoltare l’istante… Non c’è nulla da cambiare. Si vede solo quello che succede. Non c’è niente da escludere. Volere escludere è violenza. Volersi concentrare è violenza.   Lasciare la sensazione corporale completamente libera e rimanere aperti. Non si tratta quindi di “arrivare a fare”,  ma rendersi ben conto di tutte le limitazioni, dei blocchi, della mancanza di sensibilità che ci abita e maschera la nostra reale corporalità.

 Più la percezione è “una tensione a portare a sé”, personale, più ciò che si sente sarà ingombrato da strati dove l’opacità e la densità manifestano tensioni e reazioni. Rimanere in una posizione con delle tensioni consolida la memoria di tensioni nel cervello. Si rischia di ripetere ogni volta le stesse tensioni e di trovarsi la mattina con il corpo pesante, solido. Tante volte prima di iniziare un movimento certe zone del corpo si fissano in anticipo. Bisogno ascoltare. Una tensione è un elemento che si è separato dal tutto. Quando essa si reintegra nella totalità si libera il flusso naturale dell’energia”

di Eric Baret

L’unico desiderio – Nella nudità dei tantra di Eric Baret:

“Più siete disponibili all’esperienza sensoriale, meno traumatismi psicologici avrete. Se, quando ricevete un colpo, lo assorbite, esso si trasmette al vostro corpo, eventualmente fino al suolo, ed è raro che tutto questo lasci delle tracce. Ma quando ricevete un colpo e vi irrigidite, potete avere un problema. […]
C’è percezione, ma nessuno che percepisce. Ecco cosa diviene sperimentale attraverso questo approccio. […]
Prima o poi, la bellezza è così forte che non c’è più posto per qualcuno che sentirebbe la bellezza. Quando vedete un dipinto eccezionale, voi dimenticate di esserci. Se ci siete ancora, è perché il quadro non è bello abbastanza! […]
Il pensiero è la memoria. Non c’è pensiero creativo, profondo, sottile. Ciò che è profondo, è il sentire. Il sentito è non duale. Il pensiero è sempre duale. È per questo che l’approccio attraverso il pensiero è sempre limitato. Il pensiero è agitazione. Ha il suo valore funzionale. Ma il pensiero che riflette è una forma di agitazione.
[…] Il pensiero in quanto riflessione è uno strumento che non concerne l’eco delle cose. In un momento di tranquillità, davanti ad un paesaggio che ci tocca, quando si sente veramente questa tranquillità, questa disponibilità, non c’è movimento mentale. Poi il pensiero ritorna, per diverse ragioni, e c’è una forma di agitazione. Ci si sente allora separati dal resto. Quando ce ne rendiamo conto, di nuovo, rientriamo in questa risonanza non pensata.
Questo capovolgimento non è qualcosa da fare. […] Il sentire è la porta diretta sulla tranquillità. […]
Cosa vuol dire “voi non vi cercate più psicologicamente”?
Vuol dire che non vi aspettate più niente da ciò che accade, perché avete profondamente compreso che quel che cercate non è in quel che accade. Quel che cercate è quel che siete. […]
Quando non utilizzate più la situazione per trovarvi, diventate disponibile alla situazione, e potete funzionare armoniosamente con gli elementi della vita.
[…] Quando non chiedete più, vedete chiaramente ciò che è. La relazione con l’ambiente intorno diventa facile. […]
Fino a quando c’è un’aspettativa, c’è una paura. Fintanto che c’è una paura, non si può funzionare. La volontà di vincere, è la paura di perdere. Non si può avere l’una senza l’altra.
[…] Non c’è passione se non per ciò che è qui. Non si può essere appassionati di una cosa piuttosto che di un’altra. Si è appassionati di ciò che si presenta. La vita è appassionante, tranne quando si ha una storia, perché allora tutto ciò che è interessante è laggiù, domani. […]
Il dolore che sento adesso, è questo, la mia passione. La notizia che apprendo adesso, che risuona in me, è questa la mia passione, nient’altro. […] Ma fintanto che si ha un progetto, non si può essere appassionati, si vive in una storia.
Nelle pretese vie spirituali, c’è una specie di fantasia di perfezionamento, la fantasia di depurarsi, di comprendere, di migliorarsi, di cambiare, una specie di moralizzazione patologica che proviene da menti squilibrate. Non c’è niente da raggiungere nella vita, niente da diventare, niente da cambiare. Le difficoltà che si hanno, le patologie, le incertezze, le difficoltà che si incontrano, questo è essenziale.
È questa, la bellezza – ciò che è profondo -, e non il liberarsi di queste cose per arrivare a qualcosa.
[…] Fino a che credo che la bellezza sia per domani – se diventerò così, se capirò quello, se diventerò libero… -, mi allontano dalla mia risonanza di adesso” (pp. 202-209).

Nei suoi seminari, Jean Klein parlava unicamente della bellezza e dell’arte. Nessuno si domandava se sarebbe arrivato a qualcosa. Per fortuna, perché non si è arrivati a niente! Non c’era affatto l’idea di diventare. Le persone non venivano ai seminari per arrivare a qualcosa, venivano per la gioia di essere lì insieme.
Venivano senza ragione. Venivano o non venivano, è lo stesso.
Se ci si domanda: “Devo andarci, vale davvero la pena?” non vale la pena muoversi. Quello che si fa deve essere fatto per la sola gioia di farlo, perché non porta niente.
Ascoltare, è ad ogni istante. Si rispetta ogni istante. Non si rifiuta niente. È un rispetto non direzionato.
Abbiamo parlato troppo questo pomeriggio…
Diamoci al silenzio.

Eric Baret (L’unico desiderio)

 

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